Tra fede e rocce, viaggio nei luoghi della Madonna della Armi a Cerchiara di Calabria.

La roccia è aggirata dai tornanti. Il primo, il secondo e poi un altro ancora fino in cima, a 650 metri sul livello del mare, tra le ripide pareti del Parco del Pollino. Qui tutto è roccia. I monti, le abitazioni, le grotte. Anche la Madonna ha deciso di scegliere la roccia come dimora. Tòn armòn (delle armi), l’appellativo della Vergine ha origini greche e vuol dire «delle grotte». Ed è da una pietra che nasce uno dei santuari più frequentati della Calabria. Lo scorso anno, tra luglio e agosto, i fedeli che hanno reso omaggio alla Madre di Dio sono stati quarantasettemila.

Il santuario della Madonna delle Armi ha una caratteristica che lo distingue dalle altre strutture sacre del nostro Paese. Solo una manciata di luoghi di culto come i duomi di Milano e Pisa possiede questa caratteristica: «In pratica – spiega Luca Franzese, presidente della fondazione che gestisce il santuario – la proprietà non è della Chiesa, ma del popolo». È una storia antica che risale al 1517, quando il vescovo di Cassano, Marino Tomacelli, con bolla ufficiale donò il giuspatronato della chiesa alla universitas civium circlarii. «Qui tutto è possibile grazie alle offerte: le pulizie, l’acquisto dei mobili e delle campane, il sostentamento del custode. Le attività liturgiche e pastorali dipendono invece dal rettore nominato dal vescovo».

Il padrone di casa, in cima ai 1.100 metri del monte Sellaro, luogo su cui sorge il santuario, è Francesco Pistocchi. Il signor Francesco è un custode dal fare paterno. Per tutti, quel nome legato ai santi di Paola e Assisi, è semplicemente Ciccio. È Ciccio che custodisce da trent’anni, insieme alla sua famiglia, la pietra su cui apparve l’immagine achiropita (creata da mano non umana) della Vergine.

Madonna delle Armi-Cerchiara di Calabria-Ciccio Pistocchi
Francesco Pistocchi, custode del santuario – © Massimiliano Palumbo

In mezzo a quelle rocce ai confini con la Basilicata, il senso del sacro pervade ogni cosa. Se non dovesse bastare la religione ci pensa la natura a far percepire l’infinito. Basta affacciarsi dal santuario e guardare l’orizzonte che si perde tra cielo, mar Ionio e piana di Sibari. Se la giornata è serena la città di Rossano – quella di un’altra immagine achiropita della Madonna apparsa su una parete della cattedrale – sembra essere a un tiro di schioppo. Se una Donna ha scelto Cerchiara di Calabria come centro spirituale altre donne, invece, si occupano di una dimensione più umana ma non meno importante: il pane. A Cerchiara i panifici sono nove e tutti sono gestiti da donne. In questo lembo di Calabria c’è chi ha deciso di investire seriamente sulle proprie tradizioni. È lo stesso Comune a riconoscerlo: «Intorno al pane è sorto un piccolo interesse industriale che, è il caso di dire, dà “da mangiare” ad una cinquantina di persone che si sono inventate un posto di lavoro, valorizzando e monetizzando la tradizione popolare».

La Madonna della roccia-Monte Santo-Monte Sellaro-Santa Maria delle Armi
Santa Maria delle Armi – © Massimiliano Palumbo

Il paese che fu Ducato dei Pignatelli, ogni anno è visitato da speleologi e amanti della montagna. Non è facile resistere al fascino dell’Abisso del Bifurto, una delle grotte più profonde del mondo. La cavità scende in verticale per 683 metri. Un’altra grotta, Serra del Gufo, con i suoi due chilometri di lunghezza è invece la più lunga della Calabria. In un’altra grotta ancora, quella delle Ninfe, le sorgenti hanno creato una piscina naturale di acqua calda: qui si formano dei fanghi con proprietà terapeutiche.

Anche Antonia Arslan, autrice del romanzo “La masseria delle allodole”, restò affascinata da Cerchiara e dall’ospitalità dei suoi abitanti. Un suo pezzo uscì sul mensile di Avvenire, I Luoghi dell’infinito. La scrittrice d’origine armena conclude il suo racconto confessando di provare nostalgia per questa terra: «Perché partire? mi domando inquieta. Perché non restare, e annidarmi in questo tempo sospeso (…) e chiamare tutti per nome, lasciando le chiavi infilate nella porta di casa? E poi sparire tranquilla, abbracciata a una di queste forme di pane immense, calde, profumate? Com’è difficile accettare la nostalgia, quando si intreccia coi sogni». È dolce la nostalgia provata dalla Arslan. Più amara, probabilmente, la nostalgia di un calabrese dopo aver visitato questa zona della regione. È la nostalgia per una terra così bella da levare il fiato ma che nessuno, a parte casi isolati, ha mai preso a cuore.

Santuario Santa Maria delle Armi-Cerchiara di Calabria-Monte Sellaro
Il santuario – © Massimiliano Palumbo

Vengono in mente luoghi comuni che in questo caso tanto comuni non sono: «Se una bellezza del genere l’avessero avuta al Nord, l’avrebbero trasformata in oro». E invece, da queste parti, la politica ha sempre lasciato tutto al suo destino o alla buona volontà di pochi. In tutti questi anni la fantasia di politici e comunicatori nostrani si è concentrata solo sui Bronzi di Riace che poi, a pensarci bene, calabresi non sono. E il resto del nostro patrimonio? Forse non era solo una stravaganza quando qualcuno, poco tempo fa, auspicava l’annessione dell’Alto Ionio alla Basilicata.

TESTO E FOTO di Massimiliano Palumbo

* pubblicato sul Quotidiano della Calabria del 3 giugno 2012

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