«Non ho mai smesso di fotografare, se non nei tre anni di prigionia, passati nelle galere dello Scià». In queste parola il cuore del libro Il mestiere del fotografo di Reza Deghati edito da Contrasto.

Il cuore di questo libro è nell’attacco della prefazione: «Non ho mai smesso di fotografare, se non nei tre anni di prigionia, passati nelle galere dello Scià. Sono stato torturato per aver osato testimoniare la miseria, l’ingiustizia e per aver osato affiggere quelle immagini sulle pareti dell’università di Teheran. Avevo ventidue anni». Poche parole spiegano la vita di Reza e il senso del fotogiornalismo. Nessun discorso tecnicistico su obiettivi, vignettature, nitidezza e cose del genere. Nessuno discorso in stile forum fotografico. Qui si va al sodo. Perché la fotografia in primis e, quindi, il fotogiornalismo, poggiano su due basi: il pensiero e l’atteggiamento. La tecnica è solo un modo per esprimerle.

Il mestiere del fotografo è un libro edito da Contrasto. Fa parte della categoria Saggi ed è scritto dal fotografo e giornalista iraniano Reza Deghati. Il volume è composto da 184 pagine corredate da 150 immagini. Il prezzo di copertina è 19 euro e 90.

Il mestiere del fotografo contiene preziose lezioni di fotografia. Attenzione però, la struttura non è quella del manuale. Non troverete un indice con le voci composizione, esposizione e via discorrendo, ma ogni lezione è contenuta nel racconto in cui Reza spiega come è arrivato alla foto o alla sua scelta. Serve dunque un po’ di pazienza e leggere tutto il paragrafo. Non è tempo perso. I racconti sono carichi di sentimento, storia, testimonianza e umanità. Se si leggono cercando di immedesimarsi nell’autore, allora c’è da avere i brividi. Si comprende come la fotografia e il fotogiornalismo siano una cosa serissima, per nulla legata all’ultimo modello di macchina fotografica.

Dal primo capitolo, Corrispondente di guerra: «Mostrare la povertà in Iran nel periodo sfarzoso dello Scià mi ha portato in prigione. E anni dopo, quando l’esilio è stata l’unica alternativa alla condanna a morte dal regime dei Mullah, sono diventato nomade e corrispondente di guerra». E ancora: «Il ruolo del fotogiornalista non è di inventare la realtà, ma di essere presente e di testimoniarla con le immagini, di “rendere conto” nel vero senso del termine».

Premonizioni visive - © Massimiliano Palumbo
Premonizioni visive – © Massimiliano Palumbo

Il libro affronta diversi argomenti, dall’inquadratura al criterio da usare per scegliere una foto; dove posizionare il soggetto e come farlo dialogare con lo sfondo. Reza spiega il contrasto e i dettagli. Ma lo fa sempre partendo da fatti concreti e spesso drammatici: «In cima alle montagne, si alzò una tempesta di sabbia, improvvisa e violenta. I granelli grattavano e ferivano la pelle come piccoli sassi acuminati. Le guardie di frontiera e i soldati abbandonarono la loro delicata missione di sicurezza per ripararsi. Il mio ruolo di fotografo non mi offrì la stessa opportunità. Così sono riuscito a fare questa immagine: esseri umani presi nell’occhio del ciclone».

Il libro di Reza è anche un libro di storia. Ripercorre le vicende di numerosi conflitti che hanno segnato varie parti del pianeta. Ed è quindi un libro di memoria e attualità. Leggere della Siria dello Scià, non è poi così diverso dal leggere della Siria di oggi.

È diverso, invece, il modo di fotografare del passato rispetto a quello attuale: «Oggi gli apparecchi fotografici permettono di prendere a raffica quindici immagini al secondo con autofocus integrato. Allora, il punto si faceva manualmente e l’assenza di motore ci costringeva a ricaricare. C’erano quasi tre secondi tra un’immagine e l’altra. Era una diversa educazione dello sguardo. L’idea di anticipazione era prioritaria per ottenere una buona foto».

Il mestiere del fotografo è un libro importante se si vuole conoscere il vero senso del fotogiornalismo e capire in che direzione stia andando la fotografia. C’è un passato, non tanto lontano, in cui si dava priorità al fatto, alla testimonianza e al racconto. Il presente, invece, (ma questo sul libro di Reza non lo leggerete, è solo una mia considerazione) tende all’apparenza, alla costruzione dell’immagine e al racconto di sé.

m. p.