Immagini e parole mostrano un mondo fatato che vive insieme a quello reale.

di VALERIO GIACOIA

(foto di Massimiliano Palumbo)

 

La Sila

Forse nessuno sa più dove porta quella vecchia linea ferrata che all’orizzonte sembra tuffarsi nel buio, insieme ai binari nascosti dalla neve. Siamo nella Sila Grande, tra Camigliatello e Silvana Mansio, ma potremmo essere ovunque. Nello spazio, nel tempo. Le rotaie che portavano ad Auschwitz, ma anche il fumo e la neve delle locomotive a carbone delle fiabe del nord Europa: sbucano sempre all’improvviso dalla galleria, attraversando stazioni deserte, all’ultimo vagone c’è sempre un fantasma col cappello miracolosamente in testa, i guanti mozzati, mentre scalda le mani su un braciere che illumina la notte, come la pipa del macchinista. E corre verso la montagna quell’“elettrico” di Carlo Emilio Gadda che «scivola già col pantografo dentro il fornice buio, portandovi la sua corsa inderogabile, illividita da scintille violette»; un vagone che lascia il mare, entrando nel monte, racconta Gadda. Perdendosi nei boschi, per poi ritrovarsi forse. Come nelle fotografie di Massimiliano Palumbo che raccontano invece la “fiaba” di quest’altro “incantato” altopiano, la Sila. Non ci sono uomini in questi scatti, soltanto indizi del loro passaggio. Così dal nero orizzonte delle rotaie e del treno fantasma – dove pure qualcuno ci ha “preceduto”, guardano dai finestrini dei convogli, come noi ora, le neve e le nuvole chiuso nel suo cappotto e nei suoi pensieri – ci si trova in un deserto turchino, a un passo dal lago Cecita, e da qui sbuca sulla destra la macchia allegra di una casetta di legno e lamiera. Cosa vi sia dentro, nessuno lo sa. E’ bello però immaginarlo: attrezzi da lavoro per il campo, un paio di scarpe rotte, un cane alla corda che dorme, un trattore, una ruota, una scala.

La Sila 2

Palumbo di mestiere fa il giornalista, ma era impossibile, dietro a quegli occhiali e alla barba, che quel suo sguardo chiaro non nascondesse un talento più profondo. Raccontare il mondo senza parole non è semplice, ci vuole stoffa. A raccontare una Sila metafisica come questa ne occorre ancora di più. Palumbo è uno che ritorna. Queste fotografie sono il frutto di passeggiate in solitudine, e di ritorni. «Non vado in giro con la macchina fotografica, prima faccio l’esperienza – dice – poi a un certo punto sento il bisogno di fissarla, e parto; poi mi lascio guidare dall’istinto e scatto». Tutto era rimasto come l’aveva lasciato la prima volta, dentro di sé. E tutto resta sulla pellicola. E’ un continuo ritornare, ritrovare il tempo, guardare indietro. «E’ un modo per catturare la vita – racconta “Max” -, quando fotografi e quando “rivedi”, dopo un mese, un anno, o dopo venti, sembra di riviverla, di riappropriartene».
Come un capo indiano Sioux, Max aveva fissato a lungo, una mattina, lo specchio del laghetto artificiale di Contrada Iona: le “mani” eleganti degli alberi spogli toccavano le nuvole, riflettendosi nell’acqua, poi i tetti verdi di un piccolo podere, il silos, e in lontananza, altre casette. Incamminandosi aveva visto poi boschi di faggi e di pini, e dentro – tra quella sinfonia di verde, di rosso, di giallo – un paio di altre case, una con la fumaiola, l’altra dal tetto marrone scuro e un’antenna. Poi il sole che finiva all’incrocio tra il filo spinato e il palo di un recinto. E la luna al tramonto, netta, in un cielo cobalto, circondata da rami neri che spaventano “animandosi” davanti agli occhi, aprendosi come un sipario a teatro. Come le quattro gallerie buie, aperte da quegli alberi spogli, dritti in fila militare. Ci invitano ad entrare, ma per andare dove? Galoppa galoppa, racconta un’antica favola calabrese, il terzo di tre orfani «vide un bosco, tanto fitto che non ci passava neanche un uccellino. “Qui mi perdo, – pensò. – Del resto se mi perdo io si perde anche il cavallo. Alla speranza di Dio!”». Così proseguì, ma in quel bosco incontrò un vecchio che tagliava un albero con un filo d’avena. «Che fai – gli chiese – con un filo d’avena vuoi tagliare un albero?”». Lui gli rispose: dì ancora una parola e ti taglio anche la testa.
Uno dei sentimenti che prova scattando, dice Max, è la paura. Un giorno, sulla Sila, non lontano da quella casetta di legno e di lamiere, si trovò improvvisamente in compagnia dei cani di mandria. Sembravano lupi. «Ma certi paesaggi non li trovi altrove, e certe emozioni non puoi provarle da nessun’altra parte». Una volta, in cima a una grande pietra sulla riva, Max scattava. Non si accorse che passarono delle ore e nel frattempo quello, il mare d’inverno, si ingrossava sempre di più. «Sentii i piedi bagnati, ero circondato. Ma io lì ci voglio tornare». Lui lo sa, se non ti metti come un indiano a guardare il lago, e le montagne, le praterie, se non ti imbatti in quattro gallerie buie divise dagli alberi spogli, o non ti trovi come un pescatore su uno scoglio a fissare il mare, non puoi capire com’è fatto il mondo. Ma soprattutto perché noi ci stiamo sopra.