Disoccupazione, profitto, clienti, strategie di marketing: ma il rilancio del Paese deve affrontare il tema culturale.

The brand is a friend. In Italia, il brand cultura, come sta messo? Si lavora per consolidare la sua identità oppure si lavora per costruirlo perché non esiste? O ancoral’ipotesi più probabile – la cultura non è mai stata vista come un brand da costruire e da raccontare. LinkedIn è pieno di comunicatori che puntano al posizionamento del proprio brand. Ma il Social è anche pieno di post, con un engagement elevatissimo, che lamentano la mancanza di cultura aziendale da parte di clienti ed imprenditori.

Lo ammetto, son fan di Adriano Olivetti. Il suo pensiero imprenditoriale era molto profondo e andava al di là degli interessi della propria azienda o dei propri prodotti. Era un ingenuo? Non credo. Era invece molto pratico. Sintetizzando al massimo e, forse, banalizzandolo, il suo pensiero potrei riassumerlo così: se la società sta bene, allora sta bene anche l’azienda. Ma se la società è ammalata, si ammala anche l’azienda.

Sintetizzando al massimo e, forse, banallizzando il pensiero di Adriano Olivetti, potrei riassumerlo così: se la società sta bene, allora sta bene anche l’azienda. Ma se la società è ammalata, si ammala anche l’azienda.

I post che spiegano come acquisire clienti o come evitare certi errori si sprecano. Sono post utilissimi. Ma hanno la vista corta dal momento che, come scrivono in tanti, «i clienti non pagano», «i clienti non capiscono», «i colleghi non dialogano» e via lamentando.

Lavorare per creare il brand cultura è una impresa titanica. Difficile che ci riesca una persona sola, ancor più difficile che ci riescano più persone, ognua con pensieri e obiettivi diversi. La mia è una provocazione. Però ammetto che sento forte il divario tra la produzione di post della serie «how to» e il mondo reale. Quest’ultimo sempre più vittima di una disoccupazione dai tassi altissimi, un Fisco opprimente e burocrazia asfissiante. Per vendere servono soldi, ma i soldi si fanno in due modi: se sei competente (e qui ritorniamo alla cultura) o se sei spregiudicato (e anche questo è un fattore culturale oltre che personale). Del resto, anche se non ho affrontato il significato di cultura, non è forse mancanza di cultura l’atteggiamento dei clienti che banalizzano il lavoro altrui?

 

Da questo punto di vista penso che i comunicatori abbiano una grande responsabilità (dal momento che le istituzioni fanno davvero poco per costruire una scietà migliore). Altrimenti il destino vedrà sempre più giovani che lasciano l’Italia e sempre più post che lamentano clienti che non rispettano il lavoro altrui o che non pagano (spesso perché non hanno i soldi per farlo).

Concludo con Olivetti: «Gli organi del Governo imposero una massiccia obbligatoria assuzione. Questo gesto gettò nella fabbrica alla rinfusa oltre mille persone che andarono ad alimentare una produzione che già non aveva mercato. Che fare? (…) Si arrivò pertanto al 1947, in cui la Olivetti aveva raggiunto sui mercati esteri il 55,2 per cento della sua esportazione (…) I miei amici dell’ufficio pubblicità e delle public relation hanno già spiegato al mondo industriale (…) quali siano i motivi esteriori di questa ascesa (…). Il tentativo di trasformare la fabbrica di Ivrea in un’organizzazione economica rivolta unicamente a conseguire il massimo profitto è stata sostituita gradualmente da un tipo di impresa che, pur agendo in un mezzo economico e accettando le sue regole, ha rivolto i sui figli all’elevamento materiale, culturale e sociale del luogo ove era stata chiamata a operare, avviando una regione verso una comunità ideale in cui non c’è più differenza di fini tra i protagonisti delle piccole grandi storie di quei luoghi. Ecco perché la Società crede nelle cose di scienza, crede nelle cose dell’arte, crede nelle cose della cultura, crede che gli ideali di giustizia non possano essere estrenei alle contese se pur ineliminate tra capitale e lavoro».

Lo considerate utopico? È storia. E poi, a furia di guardare solo al profitto (non solo economico, ma anche nei rapporti tra persone, territorio eccetera), al nostro Paese non sta rimanendo nulla.