Storytelling e immaginario femminile. Il ruolo degli anime dedicati alle donne

0
17

Sono molti i cartoni animati giapponesi dedicati all’universo femminile. Andanti in onda tra gli anni ’70 e ’80, hanno introdotto temi di stringente attualità.

Italia, giugno 2018. Quarant’anni dopo il mio viso è ancora illuminato dalla tv. Guardo il tg. Lo guardo in piedi perché ho fretta. Non ho voglia di farmi coinvolgere come, invece, facevo da bimbo con i cartoni. Le notizie sono pessime e pessime sono quelle sulle donne: «Lavorano meno degli uomini», «hanno contratti peggiori». E poi, ancora, femminicidi, maltrattamenti, abusi.

Anime giapponesi. Lady Oscar e Goldrake, Ufo Robot
Lady Oascar e Goldrake © Massimiliano Palumbo

Lo scenario è fosco, ma alcune considerazioni sullo storytelling fanno entrare un po’ di luce. Lo storytelling, infatti, oltre ad essere uno strumento utile a leggere la realtà, è anche uno strumento utile a prevederla. E i nostri cari cartoni animati, con la loro narrazione, hanno contribuito a leggere la società di quei tempi e a costruire scenari positivi per le donne nonostante difficili condizioni di partenza.

Mimì Ayuhara e Mila Hazuky

Mimì e Mila, ad esempio. Non erano cugine, come ci hanno fatto credere alterando la trama dei cartoni, ed erano molto diverse come persone: seria e riservata la prima, scapestrata la seconda; ma entrambe sapevano cosa volevano e si allenavano duramente per ottenerlo. I due cartoni, com’è normale che sia, risentivano della cultura giapponese e lo sport era uno strumento con cui anche le donne potevano affermarsi senza però rinunciare ai sentimenti: «Quanta fatica arrivare lassù/ ma stasera chi vince, tra mille rinunce/ stasera chi è grande sei tu», cantava Georgia Lepore in La fantastica Mimì.

Diversa la sigla di Mila e Shiro: le immagini narrano l’impegno e la realizzazione di Mila. Mentre il testo scritto per Cristina D’Avena incentrava tutto sul rapporto sentimentale della nostra eroina. La personalità di Mila, invece, andava ben oltre il solo rapporto d’amore con Shiro. A parte questo, ecco che lo sport diventa uno strumento di riscatto a favore delle donne, un mondo per esprimere il proprio potenziale interiore. Mimì, in tal senso, è stata la prima donna dei cartoni ad affermarsi grazie allo sport.

Pat, ragazza del baseball

Un altro cartone precursore dei tempi è stato Pat, ragazza del baseball. Le sole parole della sigla sembrano anticipare ciò che accadrà più tardi nel mondo del lavoro, soprattutto in quello militare, da sempre precluso alle donne: «Tu giochi a baseball e sei un potente lanciatore/ e c’è una squadra che ha bisogno di un talento (…)/ ma c’è l’ostacolo di quel regolamento/che non ammette donne in squadra per giocare». Personale nota nostalgica. Sempre dalla sigla: «Anch’io vorrei giocare con gli amici miei/ dopo la scuola ritrovarci in mezzo a un campo/lanciare, correre, ribattere in un lampo/ sentirmi grande, forte, eroe come sei tu». È un aspetto che abbiamo perso e che bisognerebbe recuperare.

Non solo sport

Non solo sport. L’affermazione e la sensibilità del mondo femminile fluiscono anche attraverso l’amore e la magia. Da Candy Candy a Creamy, da Emy a Lady Oscar, lo sviluppo delle protagoniste passa attraverso creatività, sessualità e spiritualità. Discorso un po’ diverso per Lamù: «Sarà un amore strano questo qua/ Che brucia fuori dentro qua e là / Uno sguardo solamente e la fiamma è accesa già/ Scappo, resto, fuggo, torno chi lo sa?/ Com’è difficile stare (al mondo)». Anche se la protagonista è la ragazza proveniente dalla stella Uru, la serie esprime le differenti sensibilità di uomini e donne. Solo una reciproca comprensione può consentire una vita armonica.

L’universo creato nel nostro immaginario dai cartoni giapponesi è davvero vasto. Impossibile parlarne in un solo articolo. Gli anime citati sono solo un esempio di come anche i cartoni animati abbiano contributo a emancipare la figura della donna. Perché, come ha scritto Federica Palladini su Elle: «Si chiamano Mila, Mimì, Jenny, Pat e Hilary e con la loro tenacia e determinazione ci hanno insegnato che la parola impossibile non esiste».

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here