I cartoni animati hanno contribuito a costruire l’immaginario di chi ha vissuto la giovinezza tra gli anni ’70 e ’80. Per molti di noi i primi viaggi sono cominciati guardando la televisione.

La prima volta che vidi lo spazio, avevo circa cinque anni. Era un luogo buio, ma pieno di stelle. La prima volta che vidi lo spazio, fu anche la prima volta che vidi un’astronave. Provai un’emozione forte, tanto da non riuscire a smettere di guardare. La prima volta che vidi lo spazio, capii anche la differenza tra il bene e il male. A dire il vero, la compresi già quando ruppi il vassoio di porcellana caro a mia madre, ma questa è un’altra storia.

Ufo robot
Viaggio nello spazio – © Massimiliano Palumbo

La prima volta che vidi lo spazio ero seduto in salotto e intorno ai cinque anni cominciavo a fare i conti con i grandi temi della vita. La mente cominciava a elaborare cosa sarei voluto diventare e quali ideali mi avrebbero guidato verso quel viaggio. No, non ero un bambino saggio e nemmeno filosofo. Non andavo ancora a scuola e nemmeno al catechismo. Guardavo i cartoni giapponesi, quelli usciti dalla mente di Tetsuya… ehm, dalla mente di Leiyji Matsumoto e Hayao Miazaki (solo per citarne alcuni).

 

Galaxy express 999

Questi autori sono riusciti a narrare temi alti ma comprensibili ai bambini. Pensiamo al viaggio. A quell’età, in genere, il tragitto più lungo era quello da casa propria a quella dei nonni. Io, per esempio, non avevo ancora preso il mio primo treno, se non il Galaxy express 999: «Corre il treno corre nella notte va / e volerà nel blu fra luna e stelle / un ragazzo coraggioso partirà e troverà la verità», cantavano gli Oliver Onions. In questo anime il viaggio fisico e quello interiore sono una cosa sola. Il protagonista, Masai, è deciso a raggiungere Andromeda, luogo in cui è possibile trasformare gli uomini in cyborg. Questi ultimi, infatti, oltre a vivere più a lungo, hanno numerosi privilegi. Ma pian piano che il treno si avvicina alla meta, Masai cambia idea e decide di difendere la propria umanità.

 

Capitan Harlock

Si viaggia ancora con Capitan Harlock, il «pirata tutto nero» la cui storia è ambientata nello stesso immaginario del Galaxy express. Harlock, come altri anime, ha in qualche modo previsto il futuro. Da Wikipedia: «Il Governo guida un pianeta in pace, in cui le persone vivono in uno stato di perenne indifferenza rispetto a quello che accade nel mondo e intorno a esso. Le macchine hanno sostituito l’uomo nei lavori più comuni. A causa dell’avidità umana i mari sono stati quasi prosciugati e molte risorse sono attinte da altri pianeti. La classe dirigente, rappresentata dal Primo Ministro, è intenta solo a racimolare voti alle elezioni e a negare l’evidenza dei gravi problemi. Le persone che non condividono questo tipo di mentalità sono emarginate e considerate fuorilegge, come appunto Harlock, la sua ciurma o altri idealisti».

 

Storytelling e ricerca di senso

Perché l’uomo racconta e si racconta? Per dare senso a ciò che gli accade, altrimenti impazzirebbe. Da questa prospettiva possiamo considerare Harlock come storyteller di se stesso: raccontandosi (la sua storia o copione) da senso alla vita. Il senso è più importante dell’essere come gli altri. Il resto degli uomini, invece, si accontenta della storia confezionata ad arte dal sistema. Si potrebbe dire che è questo il copione che da significato al mondo. Ma a ben guardare, rinunciando a cercare la propria storia, il mondo rinuncia a trovare le proprie ragioni del vivere. Ripenso alle parole di una madre ascoltate poco tempo fa: «Mia figlia non sopporta tutto ciò che ha una trama». Considerando la frammentazione delle storie provocata dalla rete, c’è da capire qual è e quale sarà la nostra capacità di raccontarci e, quindi, di dare criterio all’esistenza.

 

Capitan Futuro

Un altro capitano eroe della cosiddetta «generazione Goldrake», è stato Capitan Futuro: «Capitan Futuro, ogni viaggio è un’odissea / Capitan Futuro, cavaliere di un’idea / Capitan Futuro, il più puro degli eroi / Capitan Futuro picchia duro anche per noi» è una delle strofe cantate dai Micronauti. Anche in questo caso il viaggio attraverso lo spazio è anche un viaggio interiore. In questa narrazione si affrontano temi come esplorazione e mistero, ma anche lotta e scoperta.

Pessimismo per bambini?

Qualche anno fa, ripensando all’immaginario creato dagli anime giapponesi, sorridevo pensando al pessimismo che guidava la trama di molti cartoni. Oggi, invece, penso che quel pessimismo sia stato (ahimè) lungimirante e, soprattutto, pedagogico. Prendo in prestito le parole che Bruno Bettelheim ha scritto sulle fiabe (Il Mondo incantato, Feltrinelli): «È caratteristico delle fiabe esprimere un dilemma esistenziale in modo chiaro e conciso. Questo permette al bambino di affermare il problema nella sua forma più essenziale (…). L’eroe delle fiabe agisce per un certo tempo nell’isolamento, così come il bambino moderno si sente spesso isolato (…). La sorte di questi eroi convince il bambino che, come loro, può sentirsi emarginato, ma, come loro, otterrà aiuto quando ne avrà bisogno. Oggi, ancor più che in passato, il bambino ha bisogno della rassicurazione offerta dall’immagine dell’uomo isolato che malgrado ciò è in grado di stringere relazioni significative col mondo che lo circonda».

 

I cartoni citati sono solo un esempio di come la narrazione nipponica sia riuscita a creare immaginari che ancora oggi vivono e guidano la vita di chi è nato negli anni ’70. Legati al tema del viaggio si potrebbero citare anche Star Blazers, Conan e Ulysse 31. Viaggi non spaziali sono stati narrati in Le avventure di Marco Polo, Marco: dagli Appennini alle Ande, Il giro del mondo di Willy Fog e Fiorellino giramondo. Parlarne di tutti sarebbe impossibile. Resta però il solito filo conduttore: come gli anime siano riusciti a costruire il nostro immaginario.